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Quando i miei occhi si abituano alla notte e il mio buio nega la luce convincendosi della sua non esistenza, mi accade spesso di pensare alla felicità. Come uno sporco mezzo di derisione, o un utopia, o comunque qualcosa da non prendere sul serio. Apro la bocca come un pesce e la desidero. Mi sento saltare un respiro, un battito, un secondo. Se qualcosa avesse strofinato il buio con varechina e avesse soffiato via...penso spesso. Cancellato. Questo non potrà succedere mai. E' possibile incassare strato su strato sul cuore e vivere. Perchè il cuore, macchina infernale, quando viene colpito s'increspa, annulla la realtà, il tempo e il normale susseguirsi degli eventi, non si rende più conto. Quando viene colpito dal male, ma anche dal bene. Poi, nei lunghi intervalli tra un colpo e l'altro, rifletti. Mi passo le mani tra i capelli e strizzo gli occhi. Grido "i'm sorry" e "vaffanculo". Crollo nel bar della stazione mentre sorseggio un carissimo tè al limone. Non voglio parlare. Non mi è mai riuscito. Irrompo nella casa del mio migliore amico e di mia sorella, giusto per essere sicura che quando sbatterò la porta, attaccheranno a parlare di me. Forse mi guardano, affacciati alla finestra, mentre cammino per le strada dopo aver lasciato il portone aperto a tutti i cani, i gatti e i passerotti del quartiere. Ecco l'odore dolce di chewingum tonda da distributore. Nel bagno di una pizzeria mi strucco senza troppa attenzione, per sembrare più afflitta e più interessante. Sapone "DERMA PLUS" al muschio bianco. Odore di bambola. Avrei qualcosa da chiedere e un sacco di persone da cui correre. Ma mi manca il coraggio. Gelo. Non so se sono i miei occhi a gelare o è la pelle di queste dita. Non so a cosa appartiene il morbido che avverto. |
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